9 Marzo 2010 • Nessun commento
Oh, se l’intero mondo, se ciascuno al mondo fosse come sono io adesso, mite e timoroso; e, per di più, non fosse neppure sicuro di nulla: né di se stesso, né della serietà del proprio posto sotto il cielo, come sarebbe bello allora! Nessun entusiasta, nessuna impresa, nessun’ossessionatezza! Una pusillanimità generale. Io acconsentirei a vivere sulla terra per un’eternità intera se prima mi mostrassero un angolino dove non sempre c’è posto per le imprese.
‘Pusillanimità universale’, ma questa è la salvezza di tutti i guai, è la panacea, il predicato della massima perfezione!
Viktor Vladimirovi? Erofeev
Mi duole la nebbia, mi
duole il cielo
che non è qui.
Sono stanco di essere tutto tranne me.
Ove si trova
l’unità che Dio, suppongo, mi diede?
La persi per sentire
o per
pensare?
Non serve saperlo.
La smarrii come un pacco, sognando?
Perdere
per perdere, è meglio lasciar perdere e non cercare
F. Pessoa

12 Gennaio 2010 • 2 Commenti
5 Novembre 2009 • 1 Commento
L’ordine in casa mia c’è, ma nessuno lo vede. Notano tutti un avvincente disordine, ma non osano dirlo perché si sentono anche male.
Con il mio disordine del resto ho guarito molte nevrosi. La persona che resiste per almeno due ore in casa mia è già sulla via della guarigione. Se ne vanno tutti sconvolti ma felici, riscoprono finalmente le strade pulite, i bar leccati, i ristoranti freschi e i convenevoli delle cenette a due.
In casa mia non ci si può mai baciare, tra l’innamorato e me c’è sempre a dividerci una grossa colomba di Pasqua, un dessert rovesciato sul tavolo.
Mia figlia dice che sono disordinata perché ho paura d’amare. Credo che abbia ragione.
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27 Ottobre 2009 • 1 Commento
22 Ottobre 2009 • 2 Commenti
Spesso mi capita di provare a parcheggiare in posti troppo piccoli. Posti in cui la mia piccola macchina non riesce ad entrare anche se io ci provo con evidente impegno.
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8 Ottobre 2009 • 1 Commento
Amelie è in macchina. Guida distratta e canta pensando. Canta le musiche del suo vecchio ipod che, dopo essersi nascosto a lungo, ha deciso di saltar fuori dal suo caos casalingo. Musiche che ascoltava giorni, giorni e giorni fa.
Pensa, cantando, che tutte quelle parole in musica bussano ad una porta del cuore che non ricordava di avere. E tutte, una alla volta, arrivano in un posto da qualche parte lì dentro.
Non succede con le musiche nuove. Sì, adesso è entrata nel tunnel dei Muse per esempio, ma è un piacere più fisico. È energia non emozione.
È possibile che nel nuovo ipod non ci sia nessuna nota, nessuna parola che frulli i pensieri e i ricordi come smoke and ashes, sing o maybe tomorrow?
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31 Dicembre 2008 • 10 Commenti
Quando ero piccola il mio papà tornava a casa la domenica mattina con quel buon odore di cappuccino e mi diceva sempre di chiudere gli occhi e aprire le mani. Appena le mie palpebre si abbassavano posava nel palmo della mano destra un cioccolatino. Fondente. Di quelli che ti danno al bar con il caffè. E nella mano sinistra lasciava un bacio leggero. Era un gioco antico, ma non perdeva mai quel buon sapore di sorpresa ogni volta uguale e diversa.
Ho ripensato a questa storia dopo aver visto Dario. L’ho immaginato fuori la sala da tè. La misera realtà è che ci siamo salutati senza troppo entusiasmo. Nella storia che ho disegnato nel mio mondo immaginario, invece, lui mi sorride e mi dice di chiudere gli occhi. Io lo faccio, gli racconto della storia della domenica mattina e lo sento sorridere. Poi lui mi dà un bacio sulla fronte, una sulla guancia destra e uno sulla guancia sinistra.
Dovrei dare un nome al mio mondo inventato. Gli amici immaginari dei bambini hanno sempre un nome. A me non bastava un amico, e così mi sono costruita un pianeta alternativo. Succedono sempre un sacco di cose interessanti nel mio mondo. Meriterebbe un nome, ma io non sono brava a etichettare cose e persone.
Dario dà sempre nomi alle cose. Quando abitavamo la stessa stanza, io facevo finta di rimproverarlo. Avevo scelto per me il ruolo della ragazza razionale, lui quello del poeta incompreso. Chissà perché avevamo scelto entrambi un ruolo che non ci apparteneva.
Quando nacquero i girasoli che avevo piantato a marzo, cominciai a immaginare la loro vita familiare mentre il finto poeta assegnava i nomi ai nuovi nati. Oriente era il capo famiglia: così alto che sembrava volesse scavalcare la ringhiera per andare alla ricerca di nuovi raggi di sole.
Gli altri nomi non li ricordo. Faccio fatica a ricordare i nomi, ma chiedetemi com’era vestito Dario uno qualsiasi dei giorni che abbiamo trascorso insieme e non sbaglierei di sicuro. Lui non saprebbe fare il contrario. Non ha dimestichezza con i capi di vestiario, forse perché fin da piccolo mamme, sorelle e fidanzate hanno scelto i vestiti per lui.
Il giorno della sala da tè indossava una maglia a righe nere e verdi sopra un paio di jeans e sotto una giacca nera. Dopo il misero saluto, ci siamo seduti sulla panca di legno scuro, non troppo vicini.
"Cosa hai fatto in questi due mesi?" mi ha chiesto.
"Non è successo molto in queste settimane: il lavoro, i fine settimana e Roma, la ricerca della casa. Cose così".
"La ricerca di un fidanzato?"
Nel fare la domanda accorcia la distanza fra di noi.
"I fidanzati non si cercano, si trovano".
Sa che la pensiamo diversamente sull’argomento ma non può fare a meno di chiedermelo ogni volta che ci vediamo.
Comincia a parlare utilizzando parole che hanno il compito di creare distanza fra di noi e a muoversi con gesti che cercano di eliminare le distanza create dalle parole. Così quando gli chiedo come va la ricerca di un’altra fidanzata, lui mi risponde: "Non un’altra. Una". E mentre mi etichetta come ‘storia irrilevante’ mi accarezza i capelli. Ho freddo come l’attimo prima di entrare in doccia nelle mattine d’inverno.
A quattro anni manifestavo il mio dissenso per le cose della vita rotolando nel corridoio durante la notte: piangevo e rotolavo per dieci minuti, poi mi mettevo a sedere e pisciavo fuori tutta la rabbia.
Vorrei saper trasformare anche oggi le brutte emozioni in un liquido e sputarlo fuori da un buco qualsiasi del mio corpo.
Quando le tazze si svuotano del te al bergamotto, usciamo e questa volta il saluto è accompagnato da un tentativo di bacio. Questa volta sono io a salutarlo senza troppo entusiasmo.
Un uomo con i capelli bianchi e un completo grigio suona il violino all’angolo di Corso Genova. Sulla discesa del marciapiede si ferma una bici cavalcata da un uomo in tuta blu da meccanico. La giacca di Dario si ferma vicino alla bicicletta. Dario si volta e mi sorride. Ricambio il sorriso, poi prendo una gomma e lo cancello dalla mia vita.
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14 Ottobre 2008 • 3 Commenti
With my own two hands. Li’ ad Arezzo sembrava vero. Era vero. Lo sentivi nelle voci di chi cantava con ben. Lo sapevi tu e lo sapevano le tue mani.
Io credo nella musica. Nel suo potere di farti capire, di farti sentire. Credo che una canzone possa farti capire gli atti inspiegabili della tua vita. Credo che se Ben mi dice ‘but if the sun set you free set you free you’ll be free indeed’
allora e’ vero e se non lo era prima sara’ vero dopo la musica, anche solo per un secondo.
Credo che adesso riesco a pensare e a scrivere parole anche se inutili solo perche’ la musica mi accompagna e allontana i pensieri di quella li’ da me.
Quella li’ che non sono io. Che e’ facile dire: ‘mi fanno diventare quella che non sono’. Che se divento quella li’ un poco e’ dentro di me. Che finche’ non me ne saro’ liberata i nani malefici avranno sempre il potere di rovinarmi momenti. Ma almeno mi consolo pensando che alla fine della giornata fino ad ora vinco io. Miei sorrisi ottantapercento – momenti no ventipercento. Venti e’ in ogni caso un numero troppo alto.
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27 Settembre 2008 • 2 Commenti
Ogni tanto faccio periodiche e a volte ricorrenti ricerche su google. Spesso cerco il mio principe fuxia, a volte faccio egosurfing per essere sicura di continuare a non esistere sulla rete. Qualche tempo fa ho scoperto che il mio profilo di una di quelle community per i colletti bianchi era in bella vista sulle pagine di google e allora mi sono suicidata.
La mia ultima (periodica) ricerca riguarda le espressioni collegate al tema del licenziamento che ultimamente mi sta molto a cuore.
I risultati sono i seguenti:
le donne che affermano ‘mi sono licenziata’ sono solo centottantaseimila, mentre gli uomini ben unmilionequattrocentonovantamila. Le persone che non lo hanno ancora fatto ma ci pensano e dicono ‘mi licenzio’ non sono poi tanti. Solo quarantaduemilaquattrocento.
In ogni caso non ho trovato voci di liberta’. Un po’ ci speravo, ma i licenziandi hanno tutti un altro lavoro che li aspetta. Mica sono stupidi.
C’e’ anche qualcuno che si e’ licenziato da Gesu’. Non so cosa voglia dire ma ovviamente non ho approndito.
Cose carine che ho trovato sul tema
Il mio lavoro non mi piace. Utilissima guida al licenziamento o in assenza di quello allo sfogo terapeutico per continuare a lavorare e sopravvivere.
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